giovedì 29 marzo 2018

Con i lavoratori del commercio. Sosteniamo lo sciopero proclamato per il Primo e il 2 Aprile




Il Partito Comunista Italiano di Bologna, aderisce e sostiene lo Sciopero proclamato dalle sigle sindacali, nel settore del commercio, per i giorni 1 e 2 aprile.
Sì ritiene che sia una violazione dei diritti fondamentali dei lavoratori costringere gli stessi a lavorare durante le festività pasquali.

Noi Comunisti riteniamo che nessuna lavoratrice e nessun lavoratore può, in modo diretto o indiretto, essere costretto, sotto ricatto, a lavorare nei giorni festivi.
Tutto questo è la conseguenza delle scellerate Controriforme che hanno, man mano, eliminato i diritti delle classi lavoratrici, spesso purtroppo senza una adeguata resistenza da parte delle organizzazioni sindacali e nel silenzio e con la complicità delle forze politiche che hanno governato il territorio, in nome di un profitto che passa sopra la dignità delle persone.


I Comunisti si batteranno sempre al fianco dei lavoratori per la difesa della loro dignità lavorativa. Si invitano tutti i consumatori, in solidarietà con lavoratori in lotta, a disertare i centri commerciali nelle giornate dell'1 e del 2 aprile.

mercoledì 21 marzo 2018

Con la Siria, contro la guerra



Comunicato Stampa

La federazione bolognese del Partito Comunista Italiano NON parteciperà alla manifestazione indetta in città per il prossimo 23 Marzo da alcune sigle della sinistra bolognese.

Nel condannare senza alcun indugio l’azione imperialista e guerrafondaia della Turchia, il Partito Comunista Italiano prende le distanze dall’appello di convocazione della Manifestazione “Global Action for Afrin” che non spende una sola parola contro la guerra di aggressione che le grandi potenze imperialiste stanno conducendo contro la Siria e ci dispiace constatare come tanti compagni a cui siamo legati da battaglie e visioni comuni aderiscano all’ennesimo appello della “sinistra imperiale” che, di fronte ad anni di aggressioni e tentativi continui di smembramento sistematico del territorio siriano (unico paese dell’area che vedeva una convivenza pacifica tra religioni ed etnie diverse, prima dell’aggressione imperialista) continuino ad attaccare il legittimo governo siriano e la Russia, come fossero i veri responsabili di quanto avvenuto.

Nell’appello non si parla mai della Siria, dando per scontato e legittima la così detta “Federazione Democratica della Siria del Nord”, ossia una secessione mai riconosciuta dal governo siriano né dalla comunità internazionale. Vorremmo ricordare che, pur essendo presente una minoranza curda, l'area di Afrin non fa parte della regione geograficamente e storicamente indicata come il Kurdistan. Ed ogni tentativo di smembramento dalla Siria è assolutamente ingiustificabile.
I paesi NATO e gli Usa hanno utilizzato sia il così detto “Esercito Siriano Libero” (un vero e proprio gruppo terrorista), sia i combattenti curdi, per destabilizzare il legittimo governo siriano e smembrarne il paese (primo tassello per la destabilizzazione di tutto il Medio Oriente).
E’ qui evidente l’illusione delle organizzazioni curde di poter creare un proprio stato con l’aiuto degli Usa e dell’imperialismo (prima appoggiano l'invasione irachena, oggi la lotta contro il governo baathista di Bashar Al-Assad), dopo aver rifiutato le offerte del governo siriano di ritirarsi da Afrin per poter respingere l’invasione turca e permettendo ai curdi di fare rifornimento nell’area di Aleppo.

La pace si fa con la pace, non con altre guerre, per questo il Partito Comunista Italiano condanna l’aggressione turca e l’invasione del territorio siriano da parte delle forze imperialiste NATO e dei loro alleati.
Il futuro della Siria spetta al popolo siriano ed al proprio legittimo governo.

Per questo il Partito Comunista Italiano invia la propria piena solidarietà ai partiti fratelli che in tutta la regione combattono contro l’aggressione imperialista e le bande dei tagliagole dell’Isis ed invia il proprio saluto solidale ai compagni del Partito Comunista Siriano per la loro resistenza eroica contro la barbarie.

mercoledì 22 novembre 2017

Tuteliamo chi segnala gli illeciti sul lavoro


Finalmente è stata approvata la Legge sulla tutela dei lavoratori che denunciano un reato o un atto illecito di cui siano venuti a conoscenza sul posto di lavoro (i cosiddetti Whistleblowing). La Legge stabilisce che questi non debbano essere discriminati, sanzionati o licenziati come atto ritorsivo dal datore di lavoro. 
Parliamoci chiaro, senza nascondere la verità sotto il tappeto: nonostante la nuova legge, denunciare una condotta illecita nella quale ci si imbatte in ambito lavorativo, per il denunciante può continuare a rappresentare l’anticamera di un calvario professionale, legale e personale. 
E’ indispensabile creare le condizioni perché chi fa la cosa giusta possa contare – oltre che sui principi fissati dalla legge – su un reale supporto legale e, magari, in alcuni casi anche psicologico e bisogna rendere fare la cosa giusta qualcosa di cui andare fieri agli occhi dei propri figli, amici e parenti, della comunità di appartenenza. C’è un mondo che deve stringersi attorno al segnalante: uno per tutti, tutti per uno. I principi della legge, da soli, non basteranno a convincere nessuno a sfidare i più forti “solo” perché il mondo sia un posto un po’ più giusto. Lo Stato – che già avrebbe potuto trasformando alcune petizioni di principio presenti nelle legge in previsioni più stringenti, reali e concrete – potrà (speriamo) fare la sua parte, ma non si può sempre e solo porsi in una condizione di attesa verso chi ci governa.
Ciascuno, in modo e misura diversa, potrà fare la sua parte. Le associazioni della società civile e gli studi legali potrebbero garantire assistenza legale qualificata ai denuncianti, i colleghi di lavoro stringerli in un abbraccio collettivo forte, reale e di sostegno anziché isolarli per paura di essere “contagiati” dal germe degli “spioni” come purtroppo, qualcuno addita i whistleblower. Va bene la legge, insomma, d’accordo nel chiedere che lo Stato faccia sempre di più. Ma nessuno pensi che il whistleblowing sia un fenomeno che riguarda solo chi denuncia e chi viene denunciato. E’ una buona condotta civica, un dovere morale, uno strumento di maturazione democratica che rende migliore il nostro Paese nell’interesse economico, sociale, culturale e politico di tutti. 
Se si vuole un Paese onesto, meritocratico ed economicamente produttivo, nessuno può e deve pensare di potersi girare dall’altra parte continuando, al tempo stesso, a rivendicare il diritto alla legalità e alla dignità lavorativa. 

IL RESPONSABILE LAVORO DEL PCI DI BOLOGNA

domenica 5 novembre 2017

Ricordo di Ernesto "Che" Guevara a cinquant'anni dalla morte

Pubblichiamo di seguito l'articolo del compagno Nino Villa apparso sulla testata imolese "Sabato Sera" il 12 Ottobre scorso.

In quei giorni di inizio ottobre '67, un insegnante conservatore e un po' reazionario del Itis di Bologna, che frequentavo, mi chiese irridendo : “Allora Villa, questo Guevara è morto o no ?” . Nella stampa si inseguivano notizie sulla sua cattura in Bolivia, ma non c'erano conferme. Risposi, facendo sorridere la classe, che Fidel non mi aveva ancora telefonato e lui ci rimase un po' male. Purtroppo il giorno dopo, comprando l'Unità prima di salire in treno, lessi la conferma dell'uccisione del “Guerrillero Herioco”, con la famosa foto del suo corpo sul lavatoio di la Higueras. A Imola in quel periodo cominciavano i primi segni di quella che venne definita contestazione, anche tra i giovani che militavano nella Federazione Giovanile Comunista; assieme ad altri, affittati e riattati alcuni locali in via Luigi Sassi 12, aprimmo la sede del “Circolo Che Guevara – Centro Comunista Cultura Popolare” dove vennero svolte iniziative politiche e di conoscenza delle realtà rivoluzionarie in America Latina. I fermenti di quel periodo portarono molti ad uscire dal PCI (io rientrai nel '76) ed alla Federazione imolese la cosa infastidiva e alcuni dirigenti, prima di quel 9 ottobre 1967, asserivano che Guevara non era in giro per il Sudamerica a  fare la rivoluzione ma se la spassava nascosto a Cuba. Così, ad un comizio del PCI in piazza Matteotti, ci presentammo con grossi palloni gonfiati con gas leggero a cui erano attaccati ritratti del Che e li innalzammo sopra la gente. Poi ci fu il '68, l'autunno caldo, i collettivi operai-studenti, dieci anni di lotte che facevano supporre una situazione diversa dall'attuale, e i ritratti del Che, come esempio di coerenza rivoluzionaria estrema, accompagnarono quel periodo. 
Ernesto Guevara de la Serna nacque a Rosario in Argentina il 14 giugno 1928. Nonostante fosse salute cagionevole per l'asma, gioca a rugby guadagnandosi il soprannome di “Fuser” (Furioso de la Serna) per l'accanimento con cui placcava, sempre con l'inalatore sulla panchina per ogni crisi respiratoria. Nel '51 partì con l'amico Alberto Granado con una vecchia Norton, la “Poderosa”, per conoscere la realtà del subcontinente. Dal libro di ricordi verrà tratto il film “Diari della motocicletta”. Nel '53 effettuò il secondo viaggio ed in Guatemala, conobbe gli esuli cubani dopo l'attacco al Cuartel Moncada che cominciarono a chiamarlo Che, per il suo intercalare tipico argentino ed assistette alla caduta del governo democratico progressista di Arbenz voluta dalla United Fruit americana, che lo rafforzò nelle sue idee socialiste e antimperialiste. E' in Messico e conosce Fidel Castro, instaurando con lui un rapporto speciale ed è arruolato come medico nella spedizione per la liberazione di Cuba, partendo col battello “Granma” dal porto di Tuxpan il 25 novembre 1956 e sbarcando a Las Coloradas  sulla costa sud dell'isola. Con loro il partigiano italiano Gino Donè Paro. Guevara, che fondò “Radio Rebelde” sulla sierra, diventò ben presto un comandante ed a capo della 8ª Columna”Ciro Redondo” vinse la battaglia di Santa Clara, facendo anche deragliare  “el tren blindado” carico di soldati. L'episodio fu decisivo e il dittatore Batista fuggì. I “barbudos” entrarono all'Habana, la Rivoluzione aveva vinto. Viene proclamato cittadino cubano, ricopre incarichi istituzionali fino ad essere ministro per l'industria, compì numerose missioni diplomatiche all'estero in Asia, Africa ed Europa e tenne un infuocato discorso all'Onu contro l'imperialismo americano. Dall'aprile '65 al marzo '66 è in Congo con altri compagni cubani per aiutare la guerriglia di quel paese. Torna a Cuba ma riparte, si saprà poi per la Bolivia : “Il dovere di ogni rivoluzionario è fare la Rivoluzione” è un suo slogan ed il suo sogno è quello di sollevare i popoli del Sudamerica perché combattano contro il dominio dell'imperialismo nordamericano ed dei suoi rappresentanti. L'8 ottobre 1967 è accerchiato nel canalone dello Yuro da ranger boliviani e “consiglieri” Usa, ferito alle gambe e catturato. Il 9 ottobre viene assassinato per ordine del fantoccio Barrientos, su richiesta dei servizi Usa. Nel '97 i resti del Che e di altri guerriglieri vengono portati a Cuba e inumati nel mausoleo di Santa Clara. 
Sono stato a Cuba quattro volte in delegazioni sportive ufficiali, ho preso la parola di fronte all'hotel Santa Clara dove sono stati lasciati i segni dei colpi sparati durante la battaglia che segnò la vittoria della colonna di Guevara e davanti al mausoleo, ho visto i resti del “tren blindado” e nella Piazza della Rivoluzione a la Habana, la grande immagine sulla facciata del Ministero dell'Industria. Chi non ha mai avuto sogni di cambiamento, anche affidandoli ad una meravigliosa utopia, probabilmente non capirà,  ma quanto senso mantengono ancora le parole del Che nella lettera ai figli :”...siate sempre capaci di soffrire profondamente per qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo. E' la più bella qualità di un rivoluzionario”. (nino villa)

GUEVARA IN ITALIA

Il Che è stato due volte in Italia. Nel '59 per una sosta tecnica del volo verso l'Est Europa soggiornò brevemente a Roma visitando la Cappella Sistina e San Pietro. Nel '64, dopo aver partecipato ad una conferenza ONU a Ginevra, Guevara si fermò a Roma per vedere il poeta e pittore spagnolo antifranchista in esilio Rafael Alberti, amico del padre. Dopo l'incontro il Che fu accompagnato nell'ufficio parlamentare di Palmiro Togliatti a Montecitorio, come ha testimoniato l'allora segretario del leader del PCI, Massimo Caprara, testimone dell’incontro.


giovedì 2 novembre 2017

Comunicato stampa Consiglio Comunale Marzabotto


Siamo in presenza di un’escalation assai preoccupante che vede una mistificazione storica e culturale ad opera della destra. Attraverso mozioni con le quali si chiede “l’abolizione del comunismo”, si sta mettendo in atto la peggiore falsificazione possibile ribaltando la storia italiana e mondiale. 

Quest’ondata scellerata farà tappa nel Consiglio Comunale di Marzabotto dove, nella seduta di oggi martedì 31 Ottobre, si discuterà la mozione di una forza politica di minoranza che propone l’abolizione dell’ideologia comunista. La mozione, di per sé mistificante della realtà storica, approda in un territorio come quello di Marzabotto, simbolo di lotte sanguinose, nel quale i comunisti hanno combattuto duramente per la liberazione dall’occupazione nazi-fascista contribuendo sostanzialmente alla pace e alla libertà del Paese. 

La messa al bando del comunismo offende i vivi ed i morti, quei partigiani e quelle partigiane che, da comuniste, hanno combattuto su quelle montagne per sconfiggere l’odio, e la violenza perpetrata dal fascismo.

Il Partito Comunista Italiano di Bologna e Il Partito della Rifondazione Comunista di Bologna stigmatizzano pubblicamente questa micidiale mistificazione e auspicano che il Consiglio Comunale di Marzabotto respinga a gran voce questa ennesima provocazione di chi, in cerca di notorietà, fa una vera e propria opera di revisionismo storico. 
Rimaniamo in allerta e, qualora non dovesse verificarsi quanto auspicato, siamo pronti a scendere in piazza per impedire il rovesciamento della storia del nostro paese e del nostro territorio.

Cogliamo in ogni caso l’occasione per impegnarci nella costruzione di un’iniziativa pubblica unitaria ed antifascista che investa il territorio del comune di Marzabotto, comune partigiano. 

Partito Comunista Italiano – Federazione di Bologna
Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Bologna

venerdì 27 ottobre 2017

Ancora licenziamenti alla Minarelli di Lippo di Calderara



Lo scorso Settembre la Yamaha ha annunciato l’avvio di 70 licenziamenti alla Motori Minarelli di Lippo di Calderara, dove lavorano 260 persone in due stabilimenti che il gruppo giapponese controlla dall’inizio degli anni Duemila. 
Denunciamo che questa è la quarta volta, nell’ultimo decennio, che la multinazionale taglia il personale per far fronte al calo della produzione.
Le ragioni addotte dalla Yamaha sono simili a quelle che la stessa aveva presentato quattro anni fa.
La comunicazione, a fine Settembre, è stata data alle forze sindacali durante un incontro per verificare l’andamento della cassa integrazione che, ricordiamo dura da un anno e riguarda a rotazione tutti gli operai. L’azienda ha annunciato, durante l’incontro, l’apertura imminente di una procedura di licenziamento per 70 persone.

Come Partito Comunista Italiano di Bologna denunciammo subito questo ennesimo esempio di crisi di una multinazionale che viene scaricata sulle lavoratrici e sui lavoratori.

Nel successivo incontro avvenuto il 2 Ottobre, nonostante le proteste dei lavoratori, la situazione non si è sbloccata. Quello che risulta evidente è l’assoluta mancanza di un piano industriale serio da parte della Yamaha.

La protesta dei lavoratori non si è fermata. Il 3 Ottobre nelle assemblee i lavoratori hanno approvato la proclamazione di un pacchetto di 24 ore di sciopero da svolgere nei prossimi giorni, I sindacati, intanto, aspettano anche una convocazione di un tavolo di crisi al Ministero dello sviluppo economico.

Il PCI chiede che la Regione intervenga chiedendo un incontro, urgente, con i vertici aziendali partecipando attivamente ai prossimi tavoli di crisi. 
Non si può accettare che un grande gruppo depotenzi progressivamente un polo produttivo che rappresenta un unicum di conoscenza e saper fare.

IL PCI sarà al fianco dei lavoratori nelle lotte che essi intraprenderanno contro questo, ennesimo, tentativo di dequalificare il sistema produttivo bolognese e contro la minaccia di licenziamento.


IL RESPONSABILE LAVORO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO DI BOLOGNA 

venerdì 22 settembre 2017

Per accorciare le liste d'attesa dei nidi bolognesi il Comune investe in scuole private. Politica offensiva e ricattatoria



La nuova politica intrapresa dall’Amministrazione Merola per dissolvere le liste d’attesa negli asili nido ha il sapore e l’odore di una privatizzazione massiccia del servizio. 
Per diminuire l’'attesa non è stato incrementato l’investimento sugli asili comunali, bensì sono state aumentate le convenzioni con gli istituti privati passando dalle 190, attive per l’anno scolastico 2016-2917 , alle 373 convenzioni attive per l’anno appena iniziato.

Una decisione che porta con sé numerosi problemi culturali, sociali ed economici. In tal modo non viene assegnato il servizio a lavoratori del sistema educativo pubblico che si vedono scavalcati da istituti privati sostenuti dallo stesso Comune. Politica che contrasta con quanto hanno deciso i cittadini bolognesi nel referendum del 2013, con il quale hanno detto no ai finanziamenti pubblici alle scuole private.
E’ inoltre una violazione di un diritto delle famiglie, dei genitori a cui viene sostanzialmente proposto un ricatto, mettendo in contrapposizione la scelta del percorso educativo con i bisogni concreti di assistenza all’infanzia. Non è un segreto come, la maggior parte degli asili privati di Bologna, siano di impianto cattolico. Si innesca perciò un ricatto subdolo al quale il genitore lavoratore sarà costretto a cedere.


l Partito Comunista Italiano di Bologna, fortemente a sostegno di una scuola pubblica, gratuita, laica e di qualità, condanna la scelta dell’Amministrazione come, offensiva nei confronti del personale educativo pubblico, e lesiva nei confronti dei genitori che in tal modo si vedono negato il diritto costituzionale a un sistema educativo pubblico e laico. 

venerdì 15 settembre 2017

L'ambientalismo? Dei potenti


Pubblichiamo l'intervento portato da Federico Feliziani, Consigliere Comunale - PCI - a Sasso Marconi, alla serata sui temi dell'ambientalismo organizzata insieme a Legambiente.


"Buonasera, grazie per essere intervenuti a questa iniziativa.
Per quanti non mi conoscessero: faccio parte del Partito Comunista Italiano, attualmente svolgo il ruolo di Consigliere Comunale qui a Sasso Marconi.

Inizierei dal titolo della serata, ovvero: ci dovremmo chiedere se l’ambientalismo di cui sentiamo tanto parlare in questo periodo storico si rivolga realmente al rispetto dell’ambiente e del territorio.
Una prima risposta, così d’acchito, è no. Ho l’impressione di osservare una retorica ambientale che poi non vede attuazione nelle politiche pubbliche che i governi occidentali mettono in campo. In Italia vedremo fra poco come si stia lacerando il territorio e di conseguenza le vite delle persone. C’è una retorica dei potenti volta a costruire una narrazione ambientalista quando, invece, gli interessi che portano avanti sono ben altri.

Qualche mese fa a Bologna si è riunito il G7 Ambiente: l’incontro dei “grandi”, fra virgolette, del mondo in cui si sarebbe discusso delle strategie ambientali del prossimo futuro. Così ce l’hanno raccontato, no? Improvvisamente sono diventati tutti verdi, green…
In realtà si è trattato della riunione dei colonizzatori del mondo per colonizzare meglio. Un vertice costituito da particelle imperialiste con interesse nel fossile. Come si può discutere delle sorti del pianeta escludendo le nuove economie? Come discuti su come sarà il cambiamento climatico fra quarant’anni, senza coinvolgere chi fra quarant’anni avrà raggiunto un maggiore sviluppo? E soprattutto: come puoi affermare che diminuirai le emissioni se le politiche che stai portando avanti sono volte allo sfruttamento di vecchie risorse inquinanti? La risposta è che non discuti, poni delle asticelle comode ai tuoi interessi. E’ chiaro come, al G7 di Bologna, si sia discusso fra interessi economici che con il rispetto dell’ambiente hanno poco a che vedere. Anzi, sono gli stessi interessi per i quali si trivellano mari e si espiantano ulivi per il passaggio di gasdotti.

Allora siamo di fronte a un fantastico ossimoro: il capitalismo verde. Più o meno gira così: abbiamo cura del pianeta con lo sguardo attento sui nostri interessi, se ci scappa qualcosa di poco verde ci saranno le banconote a inverdire. E’ chiaramente un ossimoro perché quelle potenze, compresa l’Italia, non hanno nessuna intenzione di abbandonare gli interessi succulenti del fossile. 

Tutto ciò può avere riscontro nei fatti italiani. Ad esempio il referendum del 17 Aprile 2016, quando si sarebbe potuto porre un punto fermo bloccando le trivellazioni nei nostri mari. E’ indubbio come in quell'occasione il Governo sia entrato a gamba tesa nel dibattuto dando un’indicazione ben precisa: non andate a votare perché le trivelle devono continuare la loro attività. Con quel referendum avremmo potuto sancire un punto importante, forse andando verso altre risorse energetiche, per non parlare del sollievo che avrebbe potuto avere il territorio nazionale. 
Questo è solo uno dei molti segnali che fanno comprendere come gli ultimi governi stiano affrontando il tema dell’ambiente in un modo assolutamente pericoloso e da condannare. Pensiamo solo al DDL “Sblocca Italia” con il quale si è dato il via a opere vecchie, inutili, fuori da ogni logica.

Quest’incontro cade alla fine di un’estate drammatica che ha visto mangiate molte zone del nostro territorio nazionale da incendi, da calamità naturali che hanno acceso di nuovo il faro sull’ambiente. Come sempre però, l’argomento è durato poco: è già uscito dalle agende dei telegiornali, da quelle dei giornali. Viviamo le emergenze ma non il dopo, parliamo del territorio solo quando, vergognosamente, una scossa di 3.6 butta giù case e spezza vite; ma dopo tutto passa e tornano gli interessi dei potenti, del capitale che passa sopra alla dignità del pianeta, alla sicurezza delle persone.

Mentre ogni estate le terre italiane bruciano, il precedente governo ha cancellato il corpo Forestale dello Stato accorpandolo all’arma dei Carabinieri. La classica riorganizzazione che assomiglia molto a un taglio di un servizio fondamentale. Il risultato di questa operazione è l’incertezza e l’assenza di controllo: non si conosce più la procedura per attivare i canadair, preziosi mezzi per controllare gli incendi che molte volte sono stati costretti a rimanere a terra; non si sa chi deve intervenire sulla pulizia dei boschi per una buona prevenzione.

Un altro tema che dobbiamo avere sempre presente è quello delle morti a causa di ambienti malsani. Muoiono lavoratori perché mettono piede nel loro posto di lavoro; muoiono cittadini perché vivono nei pressi di industrie inquinanti. L’Italia è il Paese dell’ILVA di Taranto che ha martoriato un’intera città creando il conflitto criminale fra lavoro e salute. Stesso conflitto creato nelle Officine Grandi Riparazioni di Bologna, proprietà di Ferrovie dello Stato, dove si è arrivati a 257 morti, fra gli ex operai, per esposizione all’amianto riconosciuti dall’AUSL. Il dato sale se consideriamo quelle non certificate, si parla di 600 vittime.
Il problema degli ambienti di lavoro, che i vari governi degli ultimi anni continuano a ignorare provocando il devastante aumento delle morti bianche, non coinvolge solo chi opera nei siti inquinanti, bensì anche tutte le comunità che vivono attorno a quei luoghi di lavoro percepiti, a volte, come fondamentali per l’economia del territorio.
Porre un freno a questa inquietante realtà sarebbe fattibile e sarebbe anche la giusta risposta al cambiamento climatico che ci sta investendo. Tuttavia continua a rimanere un tema morto, citato solo in grandi occasioni. Il tema di come operano le imprese è ben più complesso di come è stato compreso dalla legge sugli eco reati: è un aspetto essenziale che nei fatti non viene affrontato. Interessa l’ambiente interno ed esterno, riguarda la vita di chi deve lavorare negli stabilimenti. L’ILVA ne è drammaticamente la dimostrazione. 

E’ necessario dunque cambiare passo, rotta: da un lato per porre riparo ai segnali che il pianeta ci sta mandando; dall’altro per migliorare la qualità della vita della popolazione giovane e anziana, di quella dei lavoratori che non possono lavorare con la paura della morte causata dal loro stesso lavoro.  Bisogna cambiare l’approccio culturale e politico all’ambiente. Quello che vediamo fare dai governi occidentali oggi non è ambientalismo, per rispondere all’interrogativo contenuto nel titolo della serata. 
E’ indispensabile considerare l’ambiente come investimento pubblico, come bene collettivo sul quale non è possibile tagliare e sul quale, la mano dello Stato, deve essere preponderante. Solo con investimenti pubblici strategici, volti a ricercare energie alternative riusciremo a rimettere al centro l’ambiente. 
Personalmente non mi piacciono gli slogan; non mi piacciono soprattutto quando sono accompagnati da politiche contraddittorie e devastanti. Allora mettiamo veramente al centro l’ambiente, facendo investimenti, ricercando nuove risorse che ci consentano di spegnere le trivellazioni abbandonando il fossile. Facciamo una lotta seria all’abusivismo: il terremoto non è reato, l’abusivismo sì. Costruire una casa in zone ambientalmente delicate non deve essere più possibile; la pulizia dei boschi, dei fiumi, dei canali deve essere sistematica e deve rientrare culturalmente e finanziariamente nell’investimento per l’ambiente.
Mettiamo un punto fermo alle grandi opere inutili. Non significa bloccare tutto come mistificano le élite di governo: significa ragionare, scegliere e instradare lo sviluppo in una direzione diversa, più sostenibile e rispettosa del territorio. Opere come la TAV, il ponte sullo Stretto risultano come pugni all’ecosistema e alle casse pubbliche. Con gli stessi denari potremmo attivare politiche ambientali serie, che guardino alla ricerca e allo sviluppo. Soffriamo la mancanza di politiche pubbliche per le biodiversità del nostro magnifico territorio nazionale, scelte strategiche per controllare l’inquinamento elettromagnetico e molto altro che, se volete, dopo possiamo approfondire. 

Come Partito Comunista abbiamo le idee molto chiare: la tutela del territorio non deve essere una spesa ma un investimento. Un investimento sul futuro e per le nuove generazioni. Non possiamo più tollerare tagli in questo settore che deve essere percepito, non più come un capitolo di spesa all’interno dei bilanci, ma come tema centrale sul quale fare investimento pubblico. Perché solo con una gestione realmente pubblica è possibile raggiungere risultati per la collettività senza poi pagare un prezzo alto come accade nella nuova veste del capitalismo verde. Va perciò costruita una cultura ambientale, che passi dalla legalità, la tutela e il rispetto del territorio.

Dunque, tornando alla domanda iniziale: le attuali politiche guardano realmente all’ambientalismo? No. Lo dimostrano i fatti, anche tremendamente dolorosi, che abbiamo sotto gli occhi; è solo una gigantesca narrazione dei potenti i quali, sventolando qualche slogan, continuando a perpetrare i loro interessi.


Naturalmente, se c’è qualche osservazione, domanda o commento sono felice di provare a rispondere."

martedì 12 settembre 2017

Solidarietà ai lavoratori della PMP Meccanica del Lippo di Calderara



Il Partito Comunista Italiano di Bologna ha appreso con piacere della riuscita dello sciopero, effettuato lo scorso 4 settembre 2017, dei lavoratori della PMP meccanica di Lippo di Calderara contro la minaccia di licenziamento di quattro lavoratori.
Lo sciopero era stato indetto dalla Fiom Cgil in seguito alla minaccia, nello scorso mese di luglio, da parte della PMP di licenziare 4 dei 50 dipendenti, giustificando lo stesso con un presunto calo degli ordinativi. In realtà il calo non giustificava questa misura drastica, pertanto i lavoratori hanno scioperato, in maniera massiccia, ed effettuato un presidio per chiedere il ritiro dei licenziamenti.
Il Partito Comunista Italiano si unisce alla protesta dei lavoratori e si auspica che la PMP riveda la sua posizione. Non si può troncare in codesto modo traumatico e definitivo un rapporto di lavoro. Si possono attivare, in modo alternativo, nel breve e medio periodo accordi di solidarietà e/o di cassa integrazione, sostenendo con questi percorsi di riqualificazione. Fare insomma di tutto per non arrivare ai licenziamenti.
Il Partito Comunista ritiene che sia necessario attivare tutte le possibili soluzioni fornite dagli ammortizzatori sociali previsti.
Come Partito seguiremo la vicenda e saremo al fianco dei lavoratori nelle forme di lotta che riterranno di attivare.


Il Responsabile lavoro – Partito Comunista Italiano di Bologna

martedì 1 agosto 2017

lunedì 31 luglio 2017

Sasso Marconi, Feliziani (PCI): assoluta insoddisfazione sul ddl tortura

In seguito all'approvazione del ddl tortura su cui il Consiglio Comunale di Sasso Marconi si era espresso con un ordine del giorno votato nel mese di Giugno prima dell'approvazione, il Consigliere Feliziani (PCI) ha presentato una comunicazione personale nella scorsa seduta con la quale manifesta assoluta insoddisfazione nei confronti della legge uscita dal Parlamento.



"Colleghi, concittadini uditori,
Sottrarrò poco tempo ai lavori odierni, penso però sia doveroso che io faccia questo intervento. Lo penso perché la difesa dei diritti dell’essere umano, qualsiasi sia la sua condizione, rientra fra quei temi che mi toccano profondamente; l’introduzione del reato di tortura nel nostro Paese è una di quelle battaglie per le quali mi impegno nel tempo libero. E, siccome penso di avere una sola personalità, ritengo indispensabile fare una precisazione. 

Nella scorsa seduta abbiamo votato un ordine del giorno nel quale chiedevamo che il Parlamento dotasse l’ordinamento italiano del reato di tortura. Ebbene, per coincidenza questo è avvenuto. O meglio, è avvenuto in quanto il Parlamento ha introdotto il termine “tortura” nel codice penale, ma in realtà non è avvenuta la rivoluzione epocale di cui tanti si fregiano. Si tratta di una legge da vetrina, serve a dire “abbiamo il reato di tortura”, poi però non si sa come applicarlo nei casi concreti. Si è costruita una definizione di “tortura” arzigogolata; non si sono ascoltate le richieste delle famiglie delle vittime, neanche udite, né le critiche dei magistrati ai quali si è avuto il coraggio di fare anche una lezione di diritto. 

Poiché penso che il nostro Paese qualche vittima di tortura ce l’abbia, e si tratta di morti di Stato, anche se facciamo manifestazioni per cosa accade negli altri Paesi poi siamo restii a indignarci per ciò che accade in Italia; non mi sento per niente soddisfatto dalla legge partorita dal nostro Parlamento. Quindi non ritengo raggiunto l’obiettivo. Era meglio continuare nel nostro dolce sonno sornione piuttosto che approvare una legge chiaramente insufficiente.

Credo che ci voglia rispetto per chi ha perso un figlio, un fratello, un parente o un amico mentre lo sapeva nelle mani dello Stato e questa legge non ne ha. Non ne ha perché è un magnifico giro di parole che sì, non permetterà più che l’Italia venga multata dalle corti di giustizia internazionali (anche se qualche commissario si è già accorto cosa c’è dietro il giro di parole), ma che non introduce un vero reato. E questo mi indigna profondamente

Mi si perdoni ma personalmente non posso accettare, dopo aver conosciuto le storie, sentito i racconti atroci dei testimoni di fatti accaduti, che si approvi una legge si fatta. Perché credo che quelle famiglie si meritino una risposta chiara, non un testo di legge che mira esplicitamente a non toccare le condotte, pur illegittime, di qualcuno. Perché è inumano. 
Credo che non possa cadere mai nel dimenticatoio il G8 di Genova, come non possiamo fare finta di non vedere i Cucchi, gli Aldrovandi, i Magherini: cittadini che hanno vissuto esperienze atroci per le quali hanno perso la vita.  Forse è il caso di metterci mano, e questa legge non lo fa; forse per la paura da parte della politica di infilare la testa, le mani, gli occhi in questo tema. 
Andando a concludere, come Consigliere comunale, come cittadino non trovo la benché minima soddisfazione dal disegno di legge approvato dal Parlamento.
Grazie"

giovedì 6 luglio 2017

Il Consiglio Comunale di Sasso Marconi approva un ordine del giorno sul tema della tortura

Nella seduta del 26 Giugno, Giornata internazionale contro la tortura, il Consiglio Comunale di Sasso Marconi, su iniziativa del Consigliere Feliziani (PCI) ha approvato il seguente Ordine del Giorno.

Considerato che, nella giornata odierna, si celebra la giornata mondiale contro la tortura, come previsto dalla “Convenzione contro la tortura e altre pene e trattamenti crudeli, inumani e degradanti” adottata dall'Assemblea ONU nel 1984; ricordando i tanti, troppi casi che hanno visto cittadini essere vittima di tortura praticata dalle stesse istituzioni in tanti paesi;

avendo sempre presente l’inumana vicenda che ha visto vittima Giulio Regeni, mentre stava svolgendo studi in qualità di ricercatore universitario;
ricordando che la Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro paese, sottolineando che le leggi italiane sono inadeguate a punire e a prevenire questo tipo di violenze;

considerato che a tutt’oggi in Italia non è contemplato nell’ordinamento giuridico il reato di tortura;

Il Consiglio Comunale di Sasso Marconi

condanna ogni forma di tortura, sia essa fisica o psicologica, in particolar modo se perpetrata dalle istituzioni e/o da parti deviate delle forze dell’ordine;

esprime piena solidarietà e sostegno alle vittime e alle loro famiglie;

invita le istituzioni italiane a tutti i livelli ad impegnarsi a combattere e prevenire ogni tipo di sevizia e violenza che possa configurarsi come pratica di tortura;

auspica che il Parlamento giunga in tempi celeri a una legge che introduca il reato di tortura nel nostro ordinamento, che sia in linea con gli standard internazionali e che risponda agli impegni assunti dal nostro paese con la ratifica della Convenzione ONU.